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VERSO VINITALY

In Basilicata tra vino, food e "Dop Economy": quale futuro per i produttori?

Viaggio in Lucania che lascia più di un interrogativo: giusto puntare tutto sulla maestà dell’Aglianico del Vulture? Vinitaly 2024, ormai alle porte, potrà chiarire meglio lo stato dell'arte della produzione regionale

di Vincenzo D’Antonio
 
30 marzo 2024 | 15:10

In Basilicata tra vino, food e "Dop Economy": quale futuro per i produttori?

Viaggio in Lucania che lascia più di un interrogativo: giusto puntare tutto sulla maestà dell’Aglianico del Vulture? Vinitaly 2024, ormai alle porte, potrà chiarire meglio lo stato dell'arte della produzione regionale

di Vincenzo D’Antonio
30 marzo 2024 | 15:10
 

A memoria citiamo l’incipit del libro di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli”: «Là dove il treno lascia la costa per inoltrarsi nelle desolate lande di Lucania, proprio là ad Eboli, Cristo si è fermato». Carlo Levi scrisse questo romanzo autobiografico nell’anno 1944, ambientato in due paesini della Basilicata degli anni 1935 e 1936. Ecco, se il grande scrittore piemontese, che così profondamente si innamorò della Lucania, potesse miracolosamente riscrivere oggi il suo struggente romanzo autobiografico, di certo, in merito alla Lucania, non potrebbe né parlare di lande desolate e né di un tempo fermo e immobile. Oggi la Basilicata (Lucania) è regione viva, laboriosa, culturalmente vivace, ragionevolmente in grado - posto che al velleitario e semplice auspicio si affianchi la robusta competenza, in ruolo di vettore trainante - di sprigionare il suo enorme potenziale. Al momento, lo scenario palesa luci ed ombre.

In Basilicata tra vino, food e

Analizziamo il comparto agroalimentare focalizzandoci sulla cosiddetta “Dop Economy”, ovvero sulla produzione certificata: i prodotti Dop e Igp sono 19, di cui “cibo” con 6 Dop e 7 Igp e vino con 5 Dop e una Igp. Per il solo comparto “cibo”, il valore alla produzione è di circa 3,3 milioni di euro, con vistoso incremento annuo del 33% circa. Tale valore è pressoché totalmente costituito dai formaggi, che da soli valgono 3 milioni di euro. Parva materia invece per la categoria ortofrutticoli e cereali, con appena 200 mila euro. Ciò genera riflessione amara se pensiamo alla dovizia di prodotti ortofrutticoli che produce la piana metapontina, giammai casualmente definita la “California d’Italia”. Risibile il valore di 100 mila euro per la categoria oli di oliva.

Il vino della Basilicata

Passiamo al comparto vino, che vale circa cinque volte il comparto cibo, sviluppando un valore di circa 15milioni di euro, di cui 11 milioni scaturenti dai 5 vini Dop e 4 milioni dall’unica Igp. L’incremento annuo è del 17% circa. Ponderando i due comparti, l’incremento annuo è del 19% circa. Probabilmente siamo vicini all’individuazione del vero punto dolente. La media regionale in valore dell’incidenza delle produzioni certificate è del 20%. E la Basilicata? Appena l’1%. Una sinossi riepilogativa ci aiuta (ma non conforta). Il valore economico totale delle produzioni Dop e Igp è di circa 19 milioni di euro. La suddivisione per pertinenze di territorio, con focus sulle due province, vede la netta prevalenza di Potenza (17 milioni di euro circa) su Matera (2 milioni di euro circa). Appena l’1% il peso delle Dop e Igp sul comparto agroalimentare complessivo (punto dolente cruciale).

Il totale dei prodotti Dop e Igp è 19, con un positivo incremento annuo del +19%. Purtroppo, tra tutte le regioni è quasi fanalino di coda, al diciannovesimo posto, per impatto. Appena 732 gli operatori. Le due filiere principali, tali da rendere residuali se non del tutto assenti le altre, sono il vino (82%) e i formaggi (16%). Analizziamo separatamente i due comparti. Il cibo, con 13 prodotti, apporta 3,3 milioni di euro, con incremento annuo del 33% circa, collocandosi al diciannovesimo posto nel ranking delle regioni (334 gli operatori). Il vino, con 6 prodotti, apporta 15,4 milioni di euro, con incremento annuo del 17% circa, collocandosi al diciottesimo posto nel ranking delle regioni (398 gli operatori).

Quattro cantine della Basilicata

Cantina di Venosa 

Riservandoci di affrontare il comparto “cibo” in momento successivo, analizziamo quattro lodevoli realtà vitivinicole. Partiamo da Venosa, la patria del poeta Orazio, della cui arte ci avvarremo nella conclusione. Venosa è il fulcro dell’areale del Vulture e, di conseguenza, è la culla dell’Aglianico del Vulture, ottenuto dall’omonimo, storico vitigno. Visitiamo la Cantina di Venosa, società cooperativa fondata nell’anno 1957: 27 allora, i soci fondatori. Oggi questa realtà vitivinicola, la più importante della Basilicata, ha 350 soci per un totale di 800 ettari di vigneti, per una produzione complessiva annua di 2 milioni di bottiglie. I vigneti giacciono e prosperano su terreni di origine vulcanica. Oggi la Cantina di Venosa è ben guidata dal presidente Francesco Perillo, insieme al direttore commerciale Antonio Teora e all’enologo Donato Gentile. Qui l’innovazione tecnologica viene bene accolta ed efficacemente utilizzata.

Ne è prezioso esempio “Sentinel 2”, il satellite lanciato in orbita nel 2018, che raccoglie un flusso continuo di dati sulle condizioni del terreno, sullo stato di crescita delle viti e sul clima, in tutte le stagioni. “Sentinel 2” restituisce modelli di calcolo che, per i 350 viticoltori della cooperativa Cantina di Venosa, si traducono in indicazioni su quali e quanti filari annaffiare, concimare, potare. Sono dati fondamentali non solo ad assicurare la perfetta crescita dei grappoli e la resa migliore, ma costituiscono anche la base di partenza per perfezionare anno dopo anno le tecniche di coltivazione, accrescendo ed affinando le competenze vitivinicole dei soci. I vantaggi dell’uso dei dati di “Sentinel 2” sono molteplici. Innanzitutto, i soci della cooperativa possono evitare di recarsi nei vigneti quotidianamente per rilevare eventuali problemi. Inoltre, monitorando lo stato vegetativo di ogni singola vite, possono intervenire tempestivamente prima che la situazione della pianta divenga critica.

In Basilicata tra vino, food e

Carato Venusio, uno degli Aglianico di Cantina di Venosa

Insomma, grazie a questa strumentazione, si pratica una viticultura sempre più sostenibile e meno inquinante. In omaggio a “Sentinel 2”, da cui prenderanno il nome, sono in arrivo tre nuovi vini destinati solo alla ristorazione: un rosso, un rosato, un bianco che Cantina di Venosa presenterà a Vinitaly 2024. Grandi vini, questi della Cantina di Venosa, senza dubbio alcuno. Citiamo l’Aglianico del Vulture Doc Gesualdo 2019, da sole uve Aglianico. Perfetto in abbinamento a secondi di carne, sia bianche che rosse. Ancora, altro gagliardo rosso, l’Aglianico del Vulture Doc Terre di Orazio 2020. Memorabile l’Aglianico del Vulture Verbo Dop 2020. Colore rosso intenso che vira al viola nel bicchiere. Al naso piacevoli sentori di frutti di bosco. Gradevolissimo il finale leggermente amarognolo, dona freschezza. E il poker di vini Aglianico del Vulture si compie con l’Aglianico del Vulture Superiore Carato Venusio 2017, ottenuto con uve surmature. Non manca la bollicina: “Tansillo” Pas Dosè Metodo Classico Rosé, da uve Aglianico in purezza. Affina sui lieviti per almeno 30 mesi. Un vero signature wine della cantina.

Masseria Battifarano

E ci si sposta sul litorale ionico, nel Metapontino, precisamente a Nova Siri, una delle prime colonie greche. Siamo alla Masseria Battifarano, appartenente alla famiglia Battifarano da circa cinque secoli, durante i quali la famiglia ha sempre coltivato la terra. Oggi gli ettari vitati sono 35, le bottiglie annue 90 mila e, al timone, ci sono i fratelli Francesco e Ciro. Da uve Greco bianco in purezza, con affinamento di sei mesi in acciaio, il Matera Greco “Le Paglie” 2022. Altro ragguardevole bianco, il Basilicata Bianco “Toccacielo” 2022, da uve Chardonnay e Fiano.

In Basilicata tra vino, food e

I vini di Masseria Battifarano

Interessante il Matera Primitivo Rosso 2020 “Akratos”, ottenuto da uve Primitivo in purezza. Gradevole sorso quello del Basilicata Rosso 2019 “Toccaculo”, che prende il nome dal torrente che attraversa la Masseria Battifarano, indicato nelle antiche mappe come “Toccaculo”: per guadarlo, le donne si alzavano la gonna. Le uve sono di Petit Verdot, vitigno a bacca nera originario della zona del Médoc. Il Basilicata Rosso “Toccacielo” 2021 è l’espressione in purezza del Merlot. A concludere, il Matera Moro Riserva 2017 “Curaffanni”, blend di Cabernet Sauvignon, Merlot e Primitivo. 

Donato D’Angelo

Ci si sposta a Rionero in Vulture. Donato D’Angelo ha dato vita all’azienda nel 2001, insieme alla moglie Filomena Ruppi, dopo oltre quarant'anni di esperienza nel settore. Oggi conta circa 20 ettari di vigneti e produce 150 mila bottiglie annue. La degustazione inizia con l’Aglianico del Vulture Doc 2021 “Calice”, ottenuto da sole uve Aglianico coltivate nei vigneti ubicati a Ripacandida e Maschito. Colore rosso rubino, tendente al granato. Ottimo con le carni bianche. Si prosegue con l’Aglianico del Vulture Doc Donato D’angelo 2021 ottenuto da sole uve Aglianico provenienti da una selezione di uve di vigneti diversi. Un vino da meditazione, ottimo anche da solo.

In Basilicata tra vino, food e

Calice, Aglianico del Vulture di Donato D'Angelo

Cantine del Notaio

Poco lontano ecco Cantine del Notaio. La passione per la viticoltura è antica nella famiglia Giuratrabocchetti e si tramanda da generazioni. Ed è così che nell’anno 1998, Gerardo Giuratrabocchetti, laureato in Scienze Agrarie, insieme con la moglie Marcella, ponendosi l’obiettivo di valorizzare l'Aglianico del Vulture coltivato nelle proprie vigne, fonda l’azienda Cantine del Notaio. Visitare la cantina, ben consapevoli che “non si deve avere fretta”, è come vivere una lezione di storia. Giuratrabocchetti affabula ed è al contempo rigoroso: sa raccontare, è un piacere ascoltarlo. Meditate degustazioni dei suoi vini. Da menzionare l’Aglianico del Vulture Doc Il Repertorio 2021, ottenuto da sole uve Aglianico del Vulture.

In Basilicata tra vino, food e

"Il Repertorio" di Cantine del Notaio

Si apre lento, quasi voglia impigrirsi nel calice, e poi dona soavemente la gioia agli occhi, con quel suo colore rosso rubino intenso, e gioia al naso con le sue note di amarena, cioccolato e lampone, e gioia al palato con le sue note di ciliegia. Delizioso e memorabile il finale persistente che ricorda la radice di liquirizia. Ancor più che con le carni rosse, lo vedremmo abbinato ai migliori formaggi stagionati. Sui dolci, abbinamento intrigante con “L'Autentica” Basilicata Bianco Igt, vino bianco dolce da uve Moscato (70%) e Malvasia (30%) appassite in pianta e poi sui graticci. Degustato in abbinamento (eccellente) con una squisita colomba pasquale.

Tante domande sul futuro della Basilicata

Scelte coraggiose vanno compiute. La fotografia dell’istante, ovvero la sinossi in apertura, sommessamente lascia intendere che sono necessari investimenti ulteriori nel comparto vino. Non solo sono opportuni (e dove non lo sono?) costanti adeguamenti di competenze ed innovazione tecnologica sia in vigna che in cantina, ma la scelta ardimentosa di certo non facile è se puntare tutto sulla maestà dell’Aglianico del Vulture oppure divenire laboratorio mediterraneo di armoniosa coesistenza della suddetta maestà con vitigni alloctoni. In altre degustazioni abbiamo apprezzato vini ottenuti da uve Syrah. In termini di business, quanto si vuole investire in enoturismo? Quali, di quale standing qualitativo le strutture ricettive sul territorio? Rari i casi di vendita mediante piattaforma di e-commerce. Pressoché inesistente il canale DTC (Direct To Consumer) e Wine Club quasi assente (il “quasi” grazie alla lodevole eccezione costituita da Cantine del Notaio). Lamentele ascoltate: «Qui la gente non viene!». Risposta mai esplicitata, ma sgorgante dalla mente: «E perché dovrebbe venire?».

C’è amore per il territorio in questa provocazione silente. C’è stima e rispetto per la nobile gente lucana nell’affermare che ancora tanti sono i coni d’ombra. Però, sia detto e ribadito: la luce c’è. Orazio, il poeta di Venosa ci soccorre: «O uomini forti, che spesso avete sopportato con me mali peggiori, scacciate ora gli affanni col vino». Appunto, la filiera del vino è fattore strategico di sviluppo per questa terra non più desolata, per questa regione tra le più belle del nostro Bel Paese, eppure ancora sostanzialmente sconosciuta. Arduo ma non velleitario il cimento volto a posizionare la Basilicata vitivinicola nell’empireo delle eccellenze qualitative. Si tratta, preliminarmente, di sapere e volere cantare in coro. E ci si esprime così onde evitare, lasciandolo volentieri ad altri, il “bla bla” del “fare sistema” e “fare rete”. Il Vinitaly è imminente ed è a Verona, nel padiglione della Basilicata, che con sguardo affettuoso ed al contempo pragmatico, si constaterà quanta coerenza ci sia tra le dichiarazioni di intenti e l’agire sul mercato.

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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