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Asporto e delivery per ripartire?
La chiave è "licenza di Gastronomia"

Asporto e delivery per ripartire?  
La chiave è
Asporto e delivery per ripartire? La chiave è "licenza di Gastronomia"
Primo Piano del 25 aprile 2020 | 07:50

Nella fase 2 il Governo dovrebbe estendere in automatico a tutti gli esercizi pubblici i codici Ateco per vendere piatti pronti e per consegnarli. E in assenza li potrebbero attivare i locali. Regole e obblighi uguali per ristooranti, pizzerie, bar, pasticcerie e, perchè no?, per agriturismi e circoli privati. Cosi il fuori casa potrebbe ripartire.

Il delivery è autorizzato dalla Regione a Napoli, ma solo per una settimana. A Milano, invece, il Tar ha tentato di bloccare una decisione del Pirellone in atto da settimane, “dimenticando” che c’è anche un’autorizzazione straordinaria del Governo! E sempre in Lombardia è vietato l’asporto, ma in vista della fine del lockdown altre regioni si sono portate avanti dando il via libera per il ritiro di cibo e bevande direttamente presso bar o ristoranti. Apripista sono Toscana, Abruzzo e Veneto, a cui dovrebbero aggiungersi in queste ore anche Lazio e Liguria. Insomma, un caos. E il tutto dimenticando che ci sarebbero stati passaggi molto più semplici, e non legati alla durata di qualche decreto, come ad esempio l’avvio da parte dei ristoranti di nuove attività adottando dei codici Ateco aggiuntivi (tipo quello per la gastronomia, per sua natura “da asporto”).

Asporto e delivery per ripartire?  La chiave è licenza di Gastronomia
Il codice Ateco che potrebbe risolvere il problema di avviare nuove attività in bar, pizzerie, ristoranti e pasticcerie

Un pasticcio indegno della seconda economia dell’Unione europea e che è il frutto di un finto regionalismo, nonchè dell’assenza di una catena di comando degna di un tempo di crisi come l’attuale. Si procede fra tira e molla, decisioni contradditorie e contrastanti e polemiche. Una realtà sotto gli occhi di tutti fin dai primi giorni di gestione di questa guerra al coronavirus che, dopo il conto dei morti, dovrà ora fare anche una contabilità delle aziende che non riapriranno e della disoccupazione che rischia di esplodere.

Per restare al comparto dei pubblici esercizi, dove secondo la Fipe si rischiano di perdere oltre 28 miliardi di incassi quest’anno e di avere 50.000 imprese che non riapriranno (con perdite di posti di lavoro per altre 300.000 persone), bisogna essere chiari. L’attività di vendere piatti pronti da asporto - nel rispetto delle norme di sicurezza sanitaria e di distanziamento - sarebbe certamente un modo di contenere i danni e tornare a svolgere un servizio di pubblica utilità. Esattamente ciò che accade nella maggior parte dei Paesi europei, dove il take away è da sempre una regola, dalla alla Germania alla Francia, dalla Danimarca alla Gran Bretagna, dall’Irlanda all’Olanda. Peccato che in Italia è vietato, anche se basterebbe avere una licenza in più ed avviare una diversa contabilità fiscale.



Nell’emergenza attuale è più che comprensibile che le aziende chiedano alle istituzioni una sorta di autorizzazione straordinaria per svolgere un’attività (la vendita al pubblico di piatti pronti o prodotti alimentari) che le licenze di somministrazione di cibo e bevande, le procedure di Hccp e il regime fiscale in genere non prevedono. La richiesta non causalmente è stata fatta dalla Fipe per conto dell’intero comparto nei confronti del Governo e sul territorio con le Regioni. Ma, come detto, è una sorta di deroga e di strappo alle regole che ha precise giustificazioni. Eppure un analogo via libera era stato accordato per il delivery (che pure richiede precise licenze e regole). Nel  corso dell’emergenza sanitaria la consegna a domicilio non ha infatti richiesto alcun titolo di legittimazione aggiuntiva quali SCIA o autorizzazioni particolari, in quanto considerata attività accessoria all’attività principale dell’operatore commerciale. Cosa che, casualmente, i pessimi magistrati del Tar della Lombardia con la loro sentenza sotto dettatura del sindacato confederale, fermo alle ideologie del secolo scorso, non hanno nemmeno preso in considerazione.

Ma la deroga non è stata accordata per l’asporto perché le autorità erano preoccupate, sbagliando, che si formassero file e assembramenti. Sarebbe bastato regolare l’afflusso al ristorante come si fa per i negozi e tutto sarebbe stato risolto! Siamo purtroppo un Paese che si sta impiccando alla corda della troppa burocrazia e del caos delle catene di comando anche in caso di crisi drammatiche come quella del covid-19. Abbiamo una classe dirigente che sembra fuori dal mondo, ma che in realtà è solo fatta da incompetenti o da demagoghi populisti che nemmeno sanno come funzionano un bar o un ristorante.

Asporto e delivery garantito a tutti col codice Ateco di Gastronomia
 
Ma tantè, così è stato e se Dio vuole ci stiamo avvicinando alla fine del blocco e, sia pure con coperti dimezzati, quando va bene, anche bar e ristorante riapriranno. Ma con la fase 2 cadranno anche le deroghe, più o meno contestate, per delivery ed asporto. La soluzione in assoluto migliore sarebbe che in automatico il Governo per collegasse in tutta Italia ai codici Ateco di chi fa Bar e/o ristorazione (gruppo 56) e pasticceria-pizzeria- gelateria (gruppo 10) il codice Ateco (10.85) delle gastronomie, così da permettere la vendita al pubblico anche di piatti pronti. Procedure Hccp , packacing e fisco si adattano in fretta. Stessa cosa si può fare col delivery aggiungendo a tutti anche il codice Ateco 56.10.20, od altri più specifici per i corrieri.

Insomma, il punto sarebbe quello di mettere tutti gli esercizi pubblici nella condizione di poter operare con regolarità, e serenità, se ritengono di farlo, nel rispetto delle normative, compensando così con nuove attività (delivery e asporto) il previsto drastico calo di ricavi per riduzione dei coperti.Asporto e delivery garantito a tutti col codice Ateco di Gastronomia
                   

E già che ci siamo, questi stessi codici Ateco (con gli obblighi fiscali, previdenziali e di igiene previsti) potrebbero essere assegnati anche agli agriturismi e ai circoli, equiparando così a tutti i livelli i diversi locali del fuori casa con le stesse regole di mercato. Un ex agriturismo potrebbe continuarsi a chiamarsi tale, per marcare magari una caratteristica di territorialità, ma a tutti gli effetti avrebbe gli obblighi e i diritti di un ristorante.

Un’utopia? Forse. Ma se la nostra classe politica si dimostrerà, come temiamo, incapace di dare un senso alla ripartenza dell’Italia su basi nuove, non è detto che gli italiani debbano per forza aspettare gli “aiutini” pubblici. Qualche gestore avveduto può sempre andare sul sito della propria Camera di commercio e chiedere on line l’attivazione di nuovi codici Ateco. Massimo due o tre giorni e avrebbe le licenze per poter operare. Poi con calma si organizza e decide cosa fare nel concreto. Indipendentemente da cosa partoriranno Colao o Conte che del dramma dei gestori di bar, ristoranti, pasticcerie o pizzerie non si sa cosa abbiano capito finora.

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