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di Giovanni Angelucci
Giovanni Angelucci
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A tu per tu con Maurizio Maestrelli
«Mercato brassicolo caotico e stimolante»

A tu per tu con Maurizio Maestrelli 
«Mercato brassicolo caotico e stimolante»
A tu per tu con Maurizio Maestrelli «Mercato brassicolo caotico e stimolante»
Pubblicato il 09 gennaio 2019 | 16:07

Maurizio Maestrelli, giornalista, degustatore, autore di libri, soprattutto profondo conoscitore in grado di rimanere umile in un mondo di super eroi, è uno dei grandi esperti italiani del settore brassicolo.

Quando pensate che il mondo brassicolo sia meno entusiasmante di quello del vino, fate due chiacchiere con lui!

Maurizio sei uno dei veterani di questo mondo, lo hai visto nascere e ne scrivi fin dagli esordi. C’è oggi ancora qualcosa da raccontare? Non ti sei stufato?
Credo che oggi ci sia molto di più da raccontare rispetto a quando ho iniziato a occuparmi di questo settore, alla fine del 1997. La crescita dei piccoli birrifici, in Italia ma anche all’estero, il recupero di stili quasi in via di estinzione, la creatività dei giovani birrai, il moltiplicarsi dell’offerta e l’aumentato interesse verso le birre hanno reso decisamente più stimolante il mio lavoro.

Maurizio Maestrelli (A tu per tu con Maurizio Maestrelli «Mercato brassicolo caotico e stimolante»)
Maurizio Maestrelli

Come vedi il panorama della birra italiana oggi? In che direzione si va?
Oggi il mercato della birra in Italia è più caotico, più competitivo ma, dal punto di vista del consumatore, enormemente più affascinante. Certo il caos è figlio della moda che ha colpito la birra artigianale, moltiplicandone i produttori e in mezzo ai nuovi arrivati c’è un po’ di tutto: grandi birrai e birrai improvvisati. È da anni che si aspetta un ridimensionamento nei numeri dei piccoli e un certo rallentamento nelle nuove aperture c’è stato ma, nel frattempo, ci sono anche state delle acquisizioni da parte dei grandi gruppi che probabilmente contribuiranno, nel breve medio termine, a cambiare ancora il volto del mercato. La crescita, in termini di volumi, non può essere infinita e nemmeno perseguibile per chiunque, non è solo una questione di qualità della birra ma anche di prezzo, distribuzione, marketing e comunicazione. Chi capirà dove e come collocarsi nel mercato in base alle sue possibilità e potenzialità avrà più chance di restare in piedi a lungo.

Ricchezza e diversità del mondo della birra, gli italiani arriveranno mai a preferirla al vino? Quanta cultura c’è?
Non credo che la birra italiana possa competere con il vino: sono mondi diversi, uno più giovane e l’altro quasi “istituzionale”, ma la questione non è competere con il vino. Solo ristabilire una dignità alla birra che mancava da tempo, ridotta alla semplice “bionda da bere d’estate”. E, da questo punto di vista, la consapevolezza è molto aumentata. Purtroppo una consapevolezza, o una cultura se vuoi, che ogni tanto sfocia in uno sgradevole snobismo ma che nel suo complesso fa del bene a tutto il settore.

Chi volesse intraprendere un viaggio dedicato al mondo birra, dove dovrebbe andare? Ci dai 5 mete imprescindibili che un appassionato deve assolutamente visitare?
Decisamente il Belgio, dove consiglio di “perdersi” nelle sue campagne e visitare piccoli birrifici o vecchi “pub”, per la sua incredibile varietà e ricchezza di stili. Londra, che negli ultimi anni ha conosciuto un revival imponente di birrifici e perché è una città dove, bisogna cercarli, si trovano ancora dei locali che ti trasmettono il vero significato del bere una birra insieme agli amici. Poi Praga, dove una birra costa meno dell’acqua minerale, Bamberga per il gusto antico delle sue rauchbier e infine la California, da San Francisco a San Diego.

(A tu per tu con Maurizio Maestrelli «Mercato brassicolo caotico e stimolante»)

Hai da pochissimo pubblicato il tuo ultimo libro “Birre” in cui offri al lettore le tue 30 birre che in qualche modo hanno fatto la storia della bevanda. Perché lo hai scritto? Forse è un modo per rispondere alla prima domanda? Calma piatta o c’è ancora qualcosa da scoprire?
Con Birre volevo raccontare, per l’appunto, 30 birre che hanno fatto la storia della birra. A prescindere dai miei gusti personali e in un momento nel quale sul mercato vengono introdotte birre nuove a ritmi folli con la conseguenza che, a volte, bevi una birra che ti piace molto ma che, se ti va bene, ritroverai solo l’anno successivo. È questo il lato un po’ perverso della moda birraria del momento, che alla lunga ho iniziato a trovare noioso ma che, evidentemente, continua a piacere a molti. A me, onestamente, l’ennesima Ipa con variazione millimetrica dei luppoli fa un po’ sbadigliare.

Eventi dedicati alla birra. L’Italia ne ha molti ma pochi di valore. Tu sei l’organizzatore della prima Milano Beer Week, che riscontri hai avuto? La riproporrai? In che direzione va il nostro paese da questo punto di vista? Da chi potremmo prendere esempio?
Milano Beer Week è nata come evento dedicato ai locali birrari della città per celebrare il loro lavoro e la birra nelle sue ormai infinite sfaccettature. Un evento pensato per chiunque sia interessato a saperne di più su questa bevanda lasciando liberi tutti, titolari dei locali e consumatori, di trovare e bere la birra che più da loro soddisfazione. Industriale o artigianale che sia. L’invito, o se vuoi il claim, è semplice: c’è una birra giusta per ciascuno di noi, la Milano Beer Week ci permette di trovarla. I riscontri sono stati estremamente positivi perchè un evento del genere non c’è mai stato prima in Italia, i media hanno dato grande risalto all’idea anche perchè non si tratta del classico festival birrario con birrifici e food truck che mi sembra una formula un po’ inflazionata ultimamente. Se la rifaremo? Ci stiamo pensando…

La disquisizione tra industria e birrifici artigianali sembra non arrestarsi. Tu che opinione hai? “Grande” vuol dire “male”? Cosa dovrebbe capire il consumatore medio?
Io mi ritengo un osservatore esterno al mondo della birra. Ho iniziato a raccontarlo prima dell’avvento della birra artigianale. Faccio il giornalista non il partigiano o l’araldo di qualcuno, e quando ho svolto una collaborazione l’ho dichiarato, diversamente da molti che si presentano come il ritratto dell’obiettività ma nella pratica collaborano con birrifici, svolgono consulenze retribuite, manifestano in ogni modo e in ogni dove le loro preferenze che non sono altro che micro conflitti d’interesse. Che i produttori artigianali siano spaventati dalle ultime manovre dell’industria è più che comprensibile, ma ricordiamoci che è stata l’omologazione industriale degli anni ‘70 a favorire la loro nascita. Oggi che l’industria ne avverte la presenza si sta attivando per contenerli o assorbirli. Non è un bene o un male, ma una semplice evoluzione del mercato. Io trovo mediamente più interessanti le piccole produzioni rispetto alle grandi e quello che vorrei facesse il cosiddetto consumatore medio è che si lasciasse incuriosire dalla molteplicità dell’offerta e dalla ricchezza che esiste nel mondo della birra attuale. E che, assaggiando quante più birre possibili, formasse il suo palato e il suo gusto. L’unico giudice delle sue scelte.

Cosa vorresti dire a quella che da molti è definita come la “frangia estremista” del mondo birrario italiano che non accetta alcun tipo di sfumatura tra bianco e nero? A loro modo contribuiscono alla salute del settore o tutto il contrario?
Personalmente non amo gli estremismi in nessun campo, ma agli estremisti o presunti tali, direi che l’estremismo richiede una coerenza assoluta e senza alcun cedimento. Se sei contro l’industria, per qualsiasi ragione, lo devi essere sempre e a prescindere dal nome dell’industria. Altrimenti finisci che boicotti ABInBev, tanto per fare un nome, ma attacchi alla spina o bevi Birra del Borgo, disprezzi Bavaria ma vendi o bevi Rodenbach (che di Bavaria fa parte) e gli esempi potrebbero continuare. L’ipocrisia, insieme all’arroganza, al bullismo da tastiera e allo snobismo, fanno il male dell’ambiente. E, dopo un po’, lo rendono tristemente noioso.

Ci consigli 5 birre italiane assolutamente da provare nel 2019?
Molto dipende dal grado di “consapevolezza birraria” dell’interlocutore. Per chi fosse ancora convinto che la birra è solo quella bevanda moderatamente alcolica, di colore chiaro e dal gusto leggermente amaro direi di provare la Malmadura del Birrificio Italiano, la Over Pils del Birrificio Rurale, la Xyauyu di Baladin, l’Equilibrista di Birra del Borgo e la Guerrilla di Crack. Ma dicendone solo cinque so di fare torto ad almeno un centinaio di grandi birre che hanno reso l’Italia uno dei Paesi più interessanti dal punto di vista brassicolo.

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