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di Marta Scarlatti
di Marta Scarlatti

Deludono i consumi di birra in Italia
L'anello debole del settore? I venditori

Deludono i consumi di birra in Italia 
L'anello debole del settore? I venditori
Deludono i consumi di birra in Italia L'anello debole del settore? I venditori
Pubblicato il 11 ottobre 2014 | 14:29

Se i consumi di birra in Italia sono fermi da anni, la colpa è da ricercare nella parte finale della “catena”, tra i gestori di tutti quei locali in cui si serve la bevanda, che mancano di una cultura birraia adeguata

Per chi, come noi, bazzica ormai da qualche tempo il mondo della birra era impossibile non trasferirci armi e bagagli in quel di Milano per la prima edizione della Milano Beer Week, una settimana di valorizzazione e promozione delle piccole e medie produzioni birrarie, italiane e non, attraverso 18 locali in città selezionati da Maurizio Maestrelli, giornalista di lungo corso nel settore nonché ideatore della manifestazione stessa.



Una settimana intensa, va detto, punteggiata da degustazioni guidate, cene con abbinamenti birrari, presentazioni di libri e guide, incontri con birrai italiani e assaggi di birre al loro debutto. Insomma l’idea, che Maestrelli ha portato in Italia per la prima volta dagli Stati Uniti, ci è piaciuta molto e molto è piaciuta ai milanesi. Ma qui non vogliamo fare la cronaca degli eventi, diciamo che la Milano Beer Week ci offre uno spunto per una riflessione che vogliamo provare a condividere con voi.

Ordunque è sotto gli occhi di tutti come il mercato della birra italiana stia attraversando una specie di risveglio primaverile: da un lato continuano a fioccare le nuove iniziative artigianali, dall’apertura di nuove piccole aziende al proliferare di festival vari, dall’altro sono in crescita i nuovi arrivi da oltrefrontiera tra specialità belghe, produzioni ceche e novità americane. A volte si tratta di esordi assoluti nel nostro scenario nazionale, a volte invece sono dei semplici, ma significativi, allargamenti di gamma.

Sta di fatto che a tutto questo dinamismo, supportato va detto anche da un accresciuto rumore mediatico rispetto a qualche anno fa, non corrisponde un aumento dei consumi. Gira che ti rigira, infatti, la media italiana è sempre lì ferma da anni: tra i 28 e i 30 litri pro capite. Intendiamoci, non che il vino se la passi poi meglio, ma fare confronti ha poco senso. Tutto l’interesse e il tamtam mediatico sulla birra non fa alzare l’asticella che, semmai, si alza solo in coincidenza di estati calde e secche.

Quelle, insomma, che fanno venir voglia all’italiano medio di bersi una chiara fredda. Dove sta allora il problema? A nostro avviso potrebbe trovarsi proprio nella parte terminale della “catena birraria” composta da produttori, distributori, venditori. E per venditori intendiamo gestori di pub/birrerie e pizzerie, ovvero coloro che sovrintendono ai due canali storici e più consolidati in termini di vendite e relativi fatturati.

Non vogliamo certamente montare un tribunale d’accusa e conosciamo davvero tanti ottimi publican e pizzaioli, alcuni li abbiamo incontrati proprio in occasione della Milano Beer Week, ma sul piano complessivo, ovvero nella maggior parte dei casi, ci sono delle lacune evidenti. Lacune in termini di cultura birraria, ossia poca conoscenza del prodotto che si vende, lacune in termini di gestione e pulizia dell’impianto spina, lacune sulla spillatura e sul servizio della birra stessa.

Con il risultato che, da un lato, non si stimola la curiosità e non si fa appassionare il consumatore al prodotto birra, e quindi non lo si fidelizza, dall’altro birre spillate male, in bicchieri non puliti in modo appropriato, sature di CO2 o vecchie di settimane passate nei fusti uccidono letteralmente qualsiasi tipologia e mortificano il consumatore. Che, a quel punto, la birra la beve più come un’idea simpatica da fare una sera con gli amici o perché insieme alla pizza non vede proprio un’altra alternativa.

Ma devono essere davvero queste le leve commerciali di un prodotto che, in molti casi, è uno dei pilastri della propria attività commerciale? Ripeto, il nostro non è un atto d’accusa nei confronti di una categoria che amiamo e di cui, confessiamo, ogni tanto ci piacerebbe far parte, quanto piuttosto un invito a publican e pizzaioli, ma anche ad associazioni di categoria e di scopo, a lavorare duramente e seriamente sulla formazione. Formazione culturale e tecnica, perché le cose vanno di pari passo, ma formazione che, per essere vera e profonda, necessita di una condizione particolare.

La passione. Lo sappiamo, il termine ormai è talmente abusato che inizia quasi a perdere di significato ma, non avendo tempo di andare a consultare il dizionario dei sinonimi, ve lo ripetiamo: passione. Se non si ha passione per ciò che si fa, e ciò che si vende, sarà sempre difficile far decollare la propria attività. Di questi tempi poi… E allora, tanto per non concludere in maniera falsamente sdolcinata, se non si prova passione… tanto vale cambiare mestiere.

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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30/10/2014 19:03:51
1) Scuola di spillatura
E' vero e sacrosanto, i gestori di bar non sono e non sono mai stati all'altezza di spillare una birra come dio comanda per loro è più comodo stappare una bottiglia e via, la birra, sia nel produrla che nel servirla è un'arte poco conosciuta. Così è per chi fornisce la birra alla spina nei fusti, che nei tempi stabiliti devono passare a pulire l'impianto di spillatua, necessario per non alterare il gusto, ma la solita solfa costa tenere dei tecnici per lo scopo cosicchè chi ci rimrtte è il consumatore che preferisce le birre estere mentre le nostre se spillate a dovere sono ottime
Fiorenzo Ramondetti


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