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Ansie e fobie? Averle può essere positivo
perché aiutano a proteggerci dai pericoli

Ansie e fobie? Averle può essere positivo
perché aiutano a proteggerci dai pericoli
Ansie e fobie? Averle può essere positivo perché aiutano a proteggerci dai pericoli
Pubblicato il 04 aprile 2019 | 12:08

Avere paura di qualcosa è normale. Non solo, è anche giusto: questa emozione è infatti un efficace e raffinato strumento dell’evoluzione in grado di proteggerci e di tenerci lontano dalle situazioni pericolose.

Ma cosa succede quando la paura si trasforma in fobia? Ne ha parlato la dottoressa Katia Rastelli, psicoterapeuta di Humanitas, in un articolo di Humanitasalute, che vi proponiamo di seguito.

(Ansie e fobie? Averle può essere positivoperché aiutano a proteggerci dai pericoli)


Secondo uno studio condotto dall’American Psychiatric Association, le fobie si manifestano attraverso l’emozione della paura, ma nulla hanno a che fare con la sana e naturale avversione per ciò che ci può danneggiare o addirittura uccidere. Se abbiamo una fobia, infatti, a poco o nulla serve pensare che quello che ci spaventa non può realmente metterci in pericolo, né ledere in alcun modo la nostra incolumità. Una fobia è una paura irrazionale, di solito rivolta ad alcuni oggetti o situazioni specifiche, che si manifesta con una sintomatologia piuttosto chiara. Ciò significa che la fobia, a differenza di quanto credono in molti, è una vera e propria patologia psichiatrica con cui solo negli Stati Uniti convivono approssimativamente 19,2 milioni di persone.

Qualunque sia la causa che la scatena, la fobia si presenta di solito con sintomi ben definiti: stati d’ansia, battito cardiaco accelerato, sudore, palpitazioni, tremori, nausea, vertigini e una generale impossibilità di affrontare la situazione in maniera razionale. Al contrario della paura, quando è intensa, la fobia finisce quasi sempre per compromettere il normale corso della vita quotidiana.

Come nasce una fobia? Generalmente l’insorgenza di questa patologia psichiatrica è associata al periodo dell’adolescenza e spesso, soprattutto se non trattata o sottovalutata, rischia di accompagnare il soggetto per tutta la durata della sua vita. A soffrirne sono maggiormente le donne, mentre l’incidenza di questa patologia negli uomini è drasticamente ridotta del 50%. In genere la sintomatologia si presenta da sola, in assenza di un evento realmente traumatico, anche se può succedere che la storia personale di chi ne soffre presenti qualche elemento che porti a svilupparla più facilmente. Resta fermo il fatto che la fobia non nasce quasi mai come una reazione controllata e razionale a ciò che è realmente pericoloso, ma come una risposta incontrollata e sovradimensionata che impedisce a chi ne soffre di vivere serenamente anche situazioni quotidiane comuni. Specialmente se non vengono curate, le fobie possono anche manifestarsi con una sintomatologia progressivamente più grave che può sfociare in un disturbo da attacchi di panico.

L’American Psychiatric Association ha identificato le dieci fobie più comuni. Si va dalle ancestrali avversioni per gli animali che per i nostri antenati, privi di conoscenze mediche, rappresentavano un pericolo per la vita, alla volontà di evitare luoghi o particolari fenomeni atmosferici, fino alla paura incontrollata di contrarre malattie o, per contro, di sottoporsi a cure che comportino la vista del sangue.

Fra le dieci fobie più comuni citate dai ricercatori figurano l’aracnofobia, ovvero la paura dei ragni e degli aracnidi, l’ofidiofobia, ossia la paura dei rettili e la cinofobia, la paura dei cani. Le persone che soffrono l’altezza, gli spazi troppo vasti o affollati, non sopportano l’idea di volare e hanno paura di tuoni e fulmini, sviluppano rispettivamente l’acrofobia e l’agorafobia, l’aerofobia e l’astrofobia. Soffre invece di misofobia o di tripanofobia chi vive con terrore l’idea di entrare in contatto con germi e batteri e chi, al contrario, rifugge dottori e ospedali perché non riesce a sopportare l’idea di essere “bucato” con un ago. La decima fobia resta però la più insidiosa e indefinita di tutte. Si tratta della fobia sociale: estremamente diffusa quanto sottovalutata o, peggio, scambiata per una scarsa propensione sociale di chi ne è affetto. Chi soffre di fobia sociale evita il contatto con gli altri perché gli genera ansia, soffre terribilmente all’idea di doversi esporre e parlare in pubblico o di interagire in generale in un contesto più ampio.

«È importante distinguere un’ansia funzionale, che ci mette in allarme di fronte ad un pericolo reale, da una fobia, ossia una paura eccessiva per alcuni oggetti o situazioni che, nella vita comune, non dovrebbero procurarla - ha detto Rastelli - Per sua definizione la fobia è infatti irrazionale, perché il pericolo non è reale, tuttavia il malessere che porta con sé lo è. Lo sa bene chi si trova limitato nella sua vita di tutti i giorni perché non riesce a prendere la metropolitana affollata per andare al lavoro o ad avere contatti con le altre persone perché il senso di disagio provato è troppo forte. Il problema delle fobie, che possono presentarsi con vari gradi di angoscia, è non solo quello di limitare le persone nella vita quotidiana (non guido più, non frequento più spazi aperti, fino al non uscire più di casa) ma anche quello, purtroppo, di sviluppare un’ansia anticipatoria, cioè la paura di trovarsi ancora in una situazione che si sente di non essere in grado di gestire».

«La prima cosa da fare è comunque quella di valutare l’origine dell’ansia, ossia capire se si tratta di un pericolo reale o no e valutarne l’intensità – ha consigliato l’esperta - Nel caso in cui il pericolo percepito fosse davvero eccessivo o tale da creare malessere, ci sono strade diverse per intervenire, e la scelta dipende strettamente dalla persona».

Esiste una via farmacologica, con la prescrizione di ansiolitici oppure di antidepressivi in base al quadro clinico complessivo che può emergere solo nel corso di una visita da parte di uno specialista. Il farmaco riduce le risposte biologiche dell’ansia e agisce direttamente sul sintomo. L’altra strada è il percorso di psicoterapia che, se da una parte fa parlare il sintomo (da quando succede e perché? Cosa ti sta dicendo la tua fobia? C’è qualcosa che devi cambiare? Che significato ha nella tua storia di vita?), dall’altra lavora sulla capacità della persona di affrontare e gestire le paure e le situazioni che mettono in difficoltà. Questo può essere fatto, per esempio, sia attraverso esercizi di rilassamento, sia attraverso un lavoro sulle cause più profonde che possono aver portato a sviluppare proprio quel tipo specifico di fobia.

«Nella psicoterapia psicodinamica, per esempio, ogni fobia è riconducibile ad un simbolo e ad un’area specifica dello sviluppo psichico della persona, e racconta molto delle difficoltà che la persona sta incontrando sul suo cammino e per le quali risulta essere, al momento, “poco equipaggiata” - ha affermato Rastelli - A volte vengono consigliate entrambe le strade parallelamente, dipende dalla gravità del quadro ma anche e soprattutto dal desiderio della persona di mettersi in gioco nella conoscenza di sé».

© Riproduzione riservata

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